ROAMING

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ROAMING, da un'idea di Ermanno Cristini, è una serie di mostre, a cura di Alessandro Castiglioni, che durano solo il tempo dell'inaugurazione: dei flash che sopravvivono nel dito dei fotografi e poi galleggiano nella dimensione indistinta del web.

Localizzate in spazi fortemente conformativi e rappresentativi, per la loro presenza fisica e lo spessore della loro storia -immobili industriali dimessi e recuperati-, ma anche per la loro presenza simbolica -sedi istituzionali come il museo-, le mostre si caratterizzano per la rapidità e per le modalità di occupazione degli spazi.

Gli artisti cambiano secondo una catena di inviti che mette "sotto scacco" l'idea di un curatore. Nella successione degli inviti rimane un'ombra di indicibilità poichè l'affinità è tra chi invita chi, e un posto più in là si rompe. Si genera così un meccanismo di "caos" e di casualità nell'insieme eterogeneo, tenuto insieme dai singoli, con una sorta di "curatela velata".

In contraddizione con l'ampiezza o con l'aura delle location, le opere mettono in atto una presenza discreta, negli angoli, negli interstizi, per terra, in cima ad una scala, mescolate ad altre opere nel museo, ecc. che le conduce a farsi scoprire piano piano, quasi mostrandosi solo ad uno sguardo secondo, in aperto contrasto con la fugacità e la transitorietà esasperata dell'evento.

Ma delle opere e della loro relazione con lo spazio, nella messa in mostra trasformata in evento, resta solo l'immagine del fotografo. E' in forma di immagine che l'opera si dispone a circolare. E allora qual'è l'opera? Quella dell'artista, del fotografo, l'operazione in sè?

Così il fotografo diventa parte integrante del nucleo di artisti e cambia ad ogni iniziativa mettendo in campo visioni diverse: il pubblicitario, il fotografo d'arte, il fotografo di architettura, e dunque diversi modi di percorrere il bordo tra opera e immagine, tra realtà e rappresentazione, tra reale e virtuale.

E quando il simulacro, trasformato in sistema di pixel, si proietta nel web?

Paradossalmente l'unico elemento di stabilità della messa in mostra avviene in una dimensione puramente virtuale, delocalizzata e globale. Allora cosa cambia nello statuto dell'opera nel momento in cui si trasformano la sua materia, il suo spazio e il suo tempo?

Ciò che Roaming attiva è una fuga di polarità: il piccolo rispetto al grande degli spazi, il vuoto rispetto al pieno del pubblico dell'inaugurazione, il ritardo rispetto all'accelerazione dell'evento, la realtà rispetto alla sua rappresentazione, il fisico rispetto al virtuale.

Entro questa fuga la volontà dell'opera si scontra con il suo destino ma forse è l'unico modo per compiersi, rivelando quell'ultrasottile, che oggi più che mai è una necessità dell'opera, ovvero "...ciò che non si coglie propriamente con la vista fisica ma con lo sguardo, con l'attenzione, con la mente (...) l'incavo della carta, tra recto e verso di un foglio sottile" (Elio Grazioli, Una differenza ultrasottile, A+L n°7, primavera 2006).





ROAMING, based upon an idea by Ermanno Cristini, consists of a series of exhibitions, curated by Alessandro Castiglioni, that last only the time of their inauguration. Like flashes surviving in the photographer's finger, then floating in the indistinct dimension of the web.

Located in strong and representative spaces, thanks to their physical presence and the importance of their story - former industrial building which have been recovered - but also for their symbolic presence - institutional seats like museums -, the exhibitions are characterized by their rapidity and the way the space is occupied.

The artists change according to an invitation chain which neutralizes the concept of the curator itself. There's a shadow of unspoken in the succession of invitations, because the affinity is established between the one who invites and the one who gets broken just afterwards. This generates a mechanism of chaos and coincidence, a heterogeneous one which is kept together by individuals, in a sort of "veiled curatorship".

In contradiction with the amplitude and the aura of locations, the artworks mark a discreet presence: in the corners, in the gaps, on the ground, on the top of a stair; besides, they are mixed with other works in the museum, which allows them to be discovered gradually, as though they show themselves only at a second glance. This is in open contrast with the fugitiveness and transience of the event

However, in this way the exhibitions are transformed into an event, the image by the photographer is the only element which remains of the works of art and their relationship with the space. The work of art is bound to circulation only in the forms of images. Which is the work of art, then? The one created by the artist, or by the photographer, or the whole operation itself?

In this way, the photographer becomes part of the artist nucleus; furthermore the photographers change at every single initiative, in order to allow different perspectives: the advertiser's, the art photographer's, the architecture photographer's - corresponding to different ways of crossing the boundary between work of art and image, between reality and representation, between real and virtual.

But what happens when the simulacrum - transformed into a system of pixels - is projected onto web, thus being mounted into the web?

Paradoxically, the only element of stability in the exhibitions occurs in a purely virtual dimension, a delocalized and virtual one. What changes, then, in the art work status, when its material, its space and its time are transformed?

What Roaming activates can be called a polarity breakaway: littleness as opposed to the greatness of the spaces, emptiness as opposed to the fullness by the public at the inauguration, the delay with regard to the acceleration of the event, the reality with regard to its representation, the physical with regard to the virtual...

In this breakaway, the will of the art work clashes with its destiny; but maybe this is the only way for this will to be accomplished, unveiling the ultra-subtleness which is nowadays all the more a necessity of the art work: "... something that isn't caught with the sight, but with the gaze, with the attention, with the mind (...), the paper's hollowness between the two faces of a subtle sheet" (Elio Grazioli, Una differenza ultrasottile, A+L n°7, primavera 2006).